Saggio - Economia alla Bubka (vincitore poi del primo premio) È passato alla storia come un grande atleta. Ma se si guarda davvero alla sua avventura sportiva, non si può che annoverarlo tra i più grandi economisti e imprenditori di sé stessi del secolo passato. Un esempio precoce di ciò che oggi chiamiamo attività economico-produttiva. Un precursore. Sergej Bubka. Appena ventenne, nel 1983, vince un meeting a Helsinki con la misura di cinque metri e settanta. Il mondo capisce che il re dell’asta sta per arrivare. Il 13 luglio 1985 è il primo uomo a superare i sei metri, un’altezza che per lungo tempo era stata considerata irraggiungibile. Continuò a migliorarsi in molte occasioni, poco per volta. In quattro anni, dal 1984 al 1988, migliorò il record del mondo di ventuno centimetri. Nell’arco dell’intera carriera stabilì trentacinque nuovi record mondiali. Il colpo di genio fu centellinarsi di salto in salto. L’Unione Sovietica, che Bubka rappresentava allora - nato a Luhansk, in Ucraina, e destinato a gareggiare più tardi per il suo Paese - in piena guerra fredda pagava premi monetari considerevoli per ogni record. Sergej Bubka saltava quindi un centimetro alla volta. Non perché non potesse saltare di più, ma perché ogni centimetro era un record nuovo, un primato da incassare. Il corpo poteva, la tecnica pure. L’asticella, in fondo, non era un limite: era uno strumento. Bastava alzarla un poco, quel tanto che serviva a continuare a vincere. Bubka non cercava il salto impossibile. Cercava il salto replicabile. E in questo, più che un atleta, somigliava a un modello economico. L’idea di progresso che pratichiamo oggi gli assomiglia molto: non andare davvero lontano, ma andare sempre un po’ più in là di ieri. Un centimetro alla volta, purché sia in avanti. Purché si possa dire che si è cresciuti. Fermarsi, in questo gioco, non è contemplato. Fermarsi equivale a uscire dal campo. L’economia che abitiamo cresce così: per abitudine. Produce, consuma, espande non perché serva, ma perché è ciò che deve fare per continuare a crescere. Ogni anno deve fatturare più del precedente, ogni trimestre superare il precedente. Non importa verso cosa, non importa per chi. Importa che il salto continui, che l’asticella non resti mai ferma. Il problema non è morale. È strutturale. Un sistema che deve crescere sempre, anche quando ha già tutto, non è cattivo: è cieco. Continua a muoversi anche quando non c’è più direzione. Come un atleta che salta non per andare oltre, ma per non smettere di saltare. Così lavoriamo di più per permetterci cose che non abbiamo tempo di usare. Così risparmiamo tempo per riempirlo di attività che lo consumano. Così rendiamo efficienti processi che producono inutilità. La crescita diventa un riflesso, non una scelta. A un certo punto, però, il centimetro in più non migliora il salto. Lo irrigidisce. Lo rende faticoso, ripetitivo. È lì che dovrebbe intervenire l’intelligenza. Non quella che inventa un nuovo record, ma quella che riconosce il limite come una forma di misura. Il vero rovesciamento non è smettere di crescere. È smettere di farlo per inerzia. È accorgersi che non ogni miglioramento è un progresso, che non ogni aumento è un guadagno. Che esiste un punto oltre il quale continuare a salire non serve più a nulla, se non a restare agganciati al meccanismo. Quando si sposta lo sguardo, l’economia smette di apparire come una macchina astratta e torna a essere ciò che è sempre stata: gestione della casa. Non del mondo in senso teorico, ma della casa concreta. Tempo, relazioni, risorse, equilibrio. Tutte cose che non crescono all’infinito e che, se forzate, si rompono. Una comunità non funziona perché produce di più, ma perché regge. Un lavoro non vale per quanto rende, ma per quanto lascia vivere. Un sistema è sano quando può fermarsi senza collassare. Forse il salto più intelligente non è quello che supera l’asticella più alta. Forse è quello che riconosce quando l’asticella è già abbastanza alta. Perché continuare a saltare, solo per dimostrare che si può, non è progresso. È accanimento.